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Scritto da Emanuele Cananzi
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Il grande capo. Lars von Trier, 2006, 99'. |
Lars von Trier è un grande regista. E' un maestro che, più di una volta, ha saputo reinventare il cinema. In una lunga intervista rilasciata a Stig Bjorkman -altro cineasta scandinavo come lo stesso von Trier- sostiene con entusiasmo che il cinema, con poco più di cento anni di vita, è ancora in uno stadio di sviluppo embrionale. Questo vuol dire che è ancora possibile stravolgerlo e ricostituirlo sulla base di ciò che si è fatto finora e delle nuove tecniche. Notare bene: von Trier è colui che, insieme a Thomas Vinterberg, a cento anni esatti dalla nascita del cinema (1895 => 1995), ha redatto il manifesto di DOGMA 95 ribaltando, d'intenzione, le regole della settima arte. Probabilmente sapete di cosa si tratta: un'insieme di comandamenti da seguire -più meno alla lettera- con il preciso fine di opporsi -cito direttamente dalla versione italiana- a certe derive del cinema contemporaneo. |  |
E quindi non sono ammesse scenografie o luci supplementari a quelle naturali; la cinepresa dev'essere tenuta a mano e sono proibiti trucchi ottici e filtri d’ogni genere; la musica non deve mai essere usata, a meno che non si senta nell'ambiente in cui si svolge il film; eccetera-eccetera. Idioterne (Idioti, Lars von Trier, 1998) è il perfetto esempio di questa modalità di fare cinema ed è forse l'unico vero film DOGMA realizzato da von Trier. L'epifenomeno –inevitabile- è la messa a nudo del dispositivo cinematografico, una questione comunque cara al regista danese che apre il suo ultimo lavoro, Il grande capo, con una sequenza in cui è lui stesso, sistemato su un elevatore meccanico insieme alla sua cinepresa, ad essere inquadrato nel riflesso -che normalmente si cerca di evitare- delle vetrate del grattacielo di cui sta compiendo una carrellata verticale. |
 | E intanto si rivolge direttamente agli spettatori in sala, comunicando loro le sue intenzioni riguardo al film. E' pazzesco! E' totalmente contro il principio -alla base della rappresentazione cinematografica- secondo cui lo spettatore deve illudersi di stare assistendo a qualcosa di reale, dimenticandosi che un film è un film. Il grande capo è una commedia divertente –mai brillante-; un’ironia sottile di stampo nordico a cui non siamo di certo abituati. Quindi, un modo per confrontarci con un’altra ‘way of life’ e, in ultima analisi, un’esplicita riflessione sulla grande C-ultura a cui troppo spesso, secondo il regista, siamo ingenuamente sottoposti, per via di una sorta di investimento quasi fideistico, alla stregua delle devozioni religiose. Ridiamoci su. |
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