Il regista di matrimoni, Un film di Marco Bellocchio, Italia 2005 |
Il regista di matrimoni è un lavoro meta-cinematografico. E’ grottesco, come spesso lo sono anche i sogni e in effetti, nei film di Bellocchio, è sempre difficile stabilire con esattezza se quello che si vede fa parte di un sogno oppure no. L’onirico ed il reale si mescolano e si condensano, andandosi a sistemare in un terzo luogo che semplicemente è il cinema. Esistono molti modi di fare film. Li si può fare apponendo le giuste didascalie a ciò che comunemente si vive, rimanendo in questo modo avvinghiati al reale come un koala al proprio albero; ci si può inserire in un più largo contesto mediatico in cui è la realtà stessa ad essere costruita ed imposta; si può, in ultima analisi, usare il cinema come mezzo per esprimere la propria essenza, anche visionaria, anche fatta di simboli e allusioni, in modo totale e senza inibizioni. Come un sogno. Appunto. |  |
In questo modo chi guarda acquisisce egli stesso una naturale competenza meta-cinematografica: non si può che ri-conoscere in ogni istante di stare guardando proprio un film e, cioè, di stare guardando attraverso. Attraverso. |
| Il regista di matrimoni esaspera questa alterità -il porsi è costituirsi come altro- del cinema, enfatizzandone così l’essenza. Le immagini, in quest’ultimo lavoro di Bellocchio, sono spesso filtrate da camcoders, da telecamere a circuito chiuso e da tutta una serie di finestre, di lenti e di vetri che non distorcono brutalmente l’immagine ma, semplicemente, si rendono presenti e, maliziosamente, svelano il Cinema. Appunto. |
Emanuele Cananzi
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