Anche se gli Oscar hanno spesso premiato grandi film in passato, credo che fondamentalmente restino un’enorme pagliacciata narcisistica. Soprattutto nell’ultima decade lo spirito goliardico dei membri dell’Academy ha saputo riservarci deliziose sorprese con le statuette assegnate ai migliori film dell’anno. Braveheart, per dire, può conquistarti la prima volta, ma se lo guardi con più attenzione capisci subito che sarebbe meglio se Mel Gibson si facesse al più presto vedere da uno bravo. Su Il paziente inglese si è già infierito abbastanza e quindi sarebbe crudele rincarare qui la dose. Shakespeare in Love, invece, è fatto talmente male da risultare a tratti incomprensibile per lo spettatore. E poi preferire un obbrobrio del genere a La sottile linea rossa!!! E’ difficile persino ammettere che si tratti della stessa forma espressiva, perché il film di Malick è sicuramente cinema, anzi è grande cinema. Quell’altra “cosa” invece non saprei nemmeno come categorizzarla. American Beauty poi è un vero e proprio “pacco” messo in vetrina solo per far credere al resto del mondo che, se vuole, l’establishment sa fare autocritica (ma quando mai?). D’altra parte, Il Gladiatore può piacerti esclusivamente se hai il mito del machismo o se sei cresciuto in una cultura mafiosa, come si arguisce simpaticamente dal personaggio interpretato da Joe Pantoliano ne I Soprano. Se Ron Howard, premiato per A beautiful mind, possedesse un minimo di dignità artistica, avrebbe dovuto starsene seduto al suo posto o far finta di non essere in sala al sentirsi proclamato vincitore al posto di David Lynch e Robert Altman, suoi diretti concorrenti quell’anno. Poi è vero, Chicago sfodera una Catherine Zeta-Jones da infarto e ha numeri musicali strepitosi ma più che un film sembra un collage di pezzi presi da uno spettacolo di Broadway. Il Ritorno del Re è indubbiamente il peggiore e il più raffazzonato fra i tre film che Peter Jackson ha tratto dal Signore degli Anelli (distanti anni luce sono, ad esempio, la magia e la grandiosità fantasy de La Compagnia dell’Anello). Crash di Paul Haggis, infine, è un film semplicemente orrendo, tutto costruito com’è su un sentimentalismo di tipo patologico che non può che nauseare chiunque abbia un’idea sana e non meschina della vita. P.S. Insomma, se per sbaglio o per una svista, l’Academy non premia effettivamente la miglior pellicola (americana) dell’anno, tre sono i casi: o viene scelto un film che è una sorta di inno all’autocompiacimento nazionale;o viene premiato un autore che ha saputo piegarsi alla sordida affezione hollywoodiana per il politicamente corretto (Steven Spielberg docet con le sue due camuffatissime “furbate” sulla Seconda Guerra Mondiale)oppure (vedi il caso di Ridley Scott) viene premiato un film che attesta come un regista, grande in passato, si sia ormai definitivamente bevuto il cervello. Che questo sia l’anno di Martin Scorsese e del suo The Departed? Stefano Rubino RISPONDI A QUESTO ARTICOLO |