Interpreti: Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Lando Buzzanca, Ricky Tognazzi, Mario Laurentino, Francesco Caracciolo, Marisa Merlini, Mario Brega, Mario Cecchi Gori, Daniele Vargas.
Galleria di “mostri” pescati nella realtà quotidiana. Il film è un esempio eccellente di commedia all’italiana, il genere più popolare del cinema italiano del dopoguerra. Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi si alternano in venti episodi che con sarcasmo prendono di mira i vizi e le contraddizioni dell’Italia del boom economico. Alla sua uscita nella stagione 1963-1964 si piazzò al secondo posto nella graduatoria degli incassi.
Venti episodi. Venti ritratti di personaggi e situazioni per raccontare, forse meglio di qualsiasi indagine sociologica, la variegata “mostruosità” del popolo italiano immerso nel proprio luccicante boom. I mostri doveva essere un film di Dino De Laurentiis per la regia di Elio Petri e invece, per contrasti fra produttore e regista, passò di mano fino a diventare un film di Cecchi Gori affidato alla regia di Dino Risi, reduce dal successo de Il sorpasso. E proprio il regista milanese ne fa il prototipo della commedia a episodi, capostipite di un genere che nei due decenni successivi conterà numerose opere.
La cifra espressiva del film sta infatti nel racconto breve, talvolta brevissimo, che consente di concentrare lo sguardo su di un particolare, un vizio, una condizione sociale, un desidero, una situazione ricorrente, e di svilupparlo nella direzione di una satira pungente che mette a nudo, con divertito cinismo, la mostruosità di caratteri e comportamenti del costume nazionale.
Ma dove si celano le mostruosità? Ovunque, suggerisce il film. Succede nella sfera privata e affettiva (L’educazione sentimentale, Il povero soldato, Il sacrificato) e in quella pubblica (Testimone volontario). Succede ai ricchi e ai potenti, le cui azioni sono mostruose “per definizione” (irresistibile il ritratto del politico democristiano che si riempie l’agenda di impegni di facciata pur di scampare ad un compito serio ed urgente ne La giornata dell’onorevole),ma anche ai poveri,spogliati della “bellezza" che il ci-
nema stesso, da De Sica a Pasolini, aveva loro conferito: qui sono brutti, straccioni ed egoisti, vivono in catapecchie e piangono la loro miseria davanti alla moglie e ai figli ma poi spendono gli ultimi quattrini rimasti pur di andare allo stadio a tifare la squadra del cuore (Che vitaccia!). Perché questa è l’epoca del boom e la neonata società dei consumi ha già codificato le proprie regole, fautrici di nuove mostruosità. Accanto alla febbre da tifo calcistico, ad esempio, si fa strada quella da tubo catodico, nuovo irresistibile oppio che consente all’infedeltà coniugale notevoli passi in avanti: col marito incollato davanti al televisore è possibile ospitare l’amante nel letto di casa senza correre nessun rischio (L’oppio dei popoli). I diversi racconti, tutti indipendenti, trovano tra di loro unità e punti di contatto grazie al quadro sociale ed economico che ne fa da sfondo all’interno del quale tutto, novità e tradizione, si tiene a meraviglia. L’automobile, simbolo per antonomasia del raggiunto benessere, ha un ruolo di primo piano. Va guidata con grinta e sprezzo delle regole per dimostrare al figlio che nella vita non conta l’onestà ma solo la furbizia (L’educazione sentimentale); ma, addobbata con targhette e santini che ricordano al padre di correre piano per amore dei figli e della moglie, la Seicento appena comprata risulta funzionale anche al soddisfacimento del vecchio vizietto di andare a prostitute (Vernissage). Risi, e con lui l’agguerrita schiera di sceneggiatori (Age, Scarpelli, Scola, Maccari), ne hanno per tutti. Non sfuggono alla rete, e anzi proprio nei loro confronti viene adoperata una buona dose di sarcasmo, gli intellettuali e il mondo della cultura in genere. C’è l’attore teatrale ipocrita e tronfio fino all’inverosimile (interpretato con molta ironia proprio da Gassman in La raccomandazione), c’è la presidentessa della giuria di un compassato concorso letterario che assegna il primo premio al proprio amante semianalfabeta (La musa). C’è infine la critica allo stesso mondo del cinema, quello dell’ormai vuota retorica neorealistica riassunta e cristallizzata nella celebre formula dell’attore “preso dalla strada”: in aperto spirito polemico con la tradizione, Risi si incarica di restituire un senso alle parole e lo fa nel modo più diretto ed esilarante, assumendo laformula in senso letterale (Presa dalla vita).
Come si vede, I mostri è il risultato di una somma di personaggi e di momenti ancorati ciascuno ad un tipo, ad un gesto, ad uno sbocco comico imprevisto ma allo stesso tempo atteso proprio perché indotto dalla costruzione narrativa così serrata e compatta attorno al centro di ogni racconto, secca, essenziale e scandita da un ritmo che non concede pause. Resta, complessivamente, il ritratto composito di un’Italia e di un italiano la cui mostruosità, se non scientificamente indagata, viene certo implacabilmente e irresistibilmente mostrata attraverso quel dosaggio di complicità e distacco che costituisce la misura di Dino Risi.